
L’atmosfera de L’esperienza della pioggia di Stefano Lorefice ci riporta vagamente al Blade Runner di Ridley Scott: poco sole, molto movimento (non c’è quasi componimento senza un verbo di moto) spesso illogico, istintivo, forsennato(“raduno di gente senza criterio / nello scompiglio / precipitata via / in un viaggio non si sa per dove”). Un mondo che va a ritmo accelerato senza nessuna ipotesi sulla meta.
Il testo che apre il volume ci proietta in questo caos/vita e il testo che lo chiude, ricorrendo a metafore belliche, ci riconduce al clima presente, individuale (“tregua da fuoco incrociato”, “tener salde le posizioni”, “frontiere troppo spesso confuse”, “dobbiamo essere cacciatori / e stare sulle tracce”. Due riferimenti cinematografici: in apertura il fin troppo noto Blade Runner, in chiusura Strane storie di Sandro Baldoni. In mezzo scorre il flusso della vita – propria ed altrui -, dei corpi, dei visi, dei muri; tra ricerca di senso e frenesia, tra realtà di cui sfuggono le coordinate e percezione di presenze “assetate”. L’acqua, sia essa lacustre o pioggia, diventa continuo rimando alla possibilità di senso o, quantomeno, anestetico al dolore. Il dolore - nella prospettiva corpo/città/frontiera – affiora nelle pause del trambusto, nelle soste dell’andare incerto, diventa presenza costante da mascherare agli altri, come fosse segno di un cedimento inammissibile. È il segreto che ci tiene la mano, il confidente fidato e la guida verso un traguardo inevitabile.
Negli interstizi del post-moderno è ancora possibile, per Lorefice, uno sguardo su un mondo che non è più, che si muove col passo del nonno partigiano del 1944 (“Se ne sale quieto / a restituire quello ch’è stato / alieno da parole”) e non si vergogna di ammettere la paura che lo accompagnava. Ma allora era certo il nemico ed indossava una divisa riconoscibile; oggi il nemico è attorno a noi, nelle facce familiari e, spesso, è in noi.
La lingua poetica di Lorefice è semplicemente viva. Pochi sono i cedimenti alla “forma”, il suo scrivere è ricezione del reale allo stato più puro, più crudo. Prende dalla tradizione ciò che gli serve e “dice”. Nel dire si sostanzia la sua forma.
Enrico Cerquiglini
Stefano Lorefice è nato a Morbegno (Sondrio) nel 1977. Vive e lavora in Francia. Cura il diario di viaggio Cosmo Blues Hotel (www.cbh.splinder.com). Ha pubblicato Prossima fermata Nostalgiaplatz (Ed. Clinamen), Budapest Swing Lovers (Ed. Clandestine), Cosmo Blues Hotel (Ed. Clandestine) e L’esperienza della pioggia (Campanotto).
da L'esperienza della pioggia, Campanotto, Udine, 2006:
dove il corpo subisce lo scatto rabbioso del sangue
con le vertebre dure
schiacciate
ma comunque lì, a sopportarne il peso
è un corpo che si rende conto
di chi siamo noi
indietreggia
ritira
s'accorge del disordine
e che si può morire
scorticati
scavati dal sole
come pochi pezzi di pane
è nella mancanza il nostro andare incerto
è alla fermata degl' autobus
ch' è un raduno di gente senza criterio
nello scompiglio
precipitata via
in un viaggio che non si sa per dove
mascherato da un ridere sotto, nel basso delle facce
e dalla cortesia
di chi il ritardo lo sconta addosso
con una dignità che difende, ch'espone
che preme e se ne sta lì
come noi
attaccati a quel che si può
ed io in queste valige ci metto tutte le maglie
anche quelle sfilacciate per il troppo correre
poi, un po' degli scatti del mio ginocchio malandato
che se ne sta lì
in basso a destra
e non mi fa mai troppo male,
che quasi mi ci affeziono
a questa parte di me che funziona meno
e reclama esistenza, cerca di risalire;
è una voce che non si sporge dall'alto
è senza vertigine
e non ha regole chiare, giuste
da farmi capire
né parole grandi da scrivere
ha tutto lì: in basso a destra
che ci basta un po' di sereno, a volte
e riapro le valige
prendo le maglie, quelle sfilacciate
dai colori chiari
e ci riempio un ritorno
a mio nonno Marco
se ne sale quieto
a restituire quello ch'è stato
alieno da parole,
protestando le radici profonde del silenzio
con qualche acciacco e il cuore sbilenco;
difende la faccia stramba
di chi la strada già la conosce;
segue le impronte, i sentieri sulla montagna,
i segni
col passo del quarantaquattro,
da partigiano
e non c'è vergogna nel suo "Avevamo paura."
***
riconosco ch' è passato un anno
e degli stessi vetri, doppi per il freddo tenace,
non rimane che una tregua da fuoco incrociato
c'è tutta la tranquillità di un appartamento
chiuso una volta, dall'interno,
per amore
adesso che Settembre è un mese più freddo
dobbiamo tener salde le posizioni,
alle nostre frontiere troppo spesso confuse
c'è da affacciarsi poco,
c'è da rivoltare i sassi per cercare gli indizi
dobbiamo essere cacciatori
e stare sulle tracce
