C’è sempre, Vladimiro, nell’aria delle cose,
un non detto, una stretta di mano che parla
alla scorza, uno sguardo che non si perde,
e non servono altre parole, forse un caffè
di domenica mattina, prima di sbriciolare
il pane, e intendersi negli intenti,
essere uomini, essere liberi, essere nelle parole
come nelle nuvole, essere nel vivere,
essere vita sempre e a testa alta.
C’è sempre – noi lo sappiamo, vero Vladimiro? –
un inconveniente che può fermarci
per qualche giorno, distrarci dal mondo,
ma poi si riprende, comunque e sempre,
gambe in spalla, perché la morte
non può fermare chi cammina nella vita.
E camminiamo insieme...
Stiamo assistendo da anni a qualcosa che forse anche i sociologi più attenti hanno sottovalutato e sottostimato: la deriva etica del paese. I fatti che le cronache delle gazzette stigmatizzano, non senza una certa pruderie, stanno producendo uno strano effetto, spesso opposto a quello che molti si sarebbero aspettati. Anziché montare l’onda dell’indignazione – come dovrebbe essere in paese civile –, monta un’ondata di simpatia/invidia per il premier e la sua cerchia di fedelissimi.
Non è in sé importante se le accuse, più o meno velate, verranno provate o smentite da indagini giudiziarie et similia, ma è importante sentire i commenti della gente. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe è scattato un senso di simpatia per i presunti stravizi del premier. “Che c’è di male se un settantenne si accompagna con una sedici-diciassettenne?”, “Che c’è di male se le riunioni politiche vengono allietate da giovani donne che dietro pagamento intrattengono sessualmente i partecipanti?”, “Magari avessi io 2/3000 euro per scoparmi una così!”, “Ma è normale se una ragazza vuol fare televisione che debba passare per più di un letto!”, “Le ragazze sanno che se vogliono far strada devono darla via”. Non sono estratti di uno stupidario maschilista ma frammenti di un discorso da bar, trascritti letteralmente (sono state omesse solo le bestemmie, usate come intercalari, ed edulcorate alcune espressioni): la cosa più inquietante è che le poche donne presenti a questo sfoggio di erudizione annuivano e sorridevano – alcune erano giovani, probabilmente maturande o universitarie, altre signore sorrette da cure estetiche e dall’età imprecisabile.
Quando il discorso è poi passato sugli extracomunitari ho creduto di ascoltare vaneggiamenti himmleriani in idioma italiota. “Bisogna sparare sulle barche che arrivano (bestemmia omessa)”, “Hanno rotto i coglioni tutti questi negri, marocchini, albanesi e romeni, se ne devono tornà a casa loro (altra bestemmia)”, il più intellettuale del gruppo aggiungeva che “se vogliono stare qui, devono lavorare e starsene a casa e non devono rompere le scatole alle nostre donne” e giù una casistica di mascalzonate commesse da extracomunitari e di vendette consumate al di là del bene e del male, nel silenzio della valle del Tevere.
Quello che inquieta è che questi discorsi non sono fatti da fanatici fascistoidi ma da persone “normali”, che si definiscono e spesso votano in direzioni diversi, pur condividendo una visione di questo tipo.
La cosa in sé non fa statistica, ma anche in altre parti mi è capitato di sentire, con termini più o meno simili, identici discorsi. Soprattutto – e questo mi fa molto male – mi è capitato di sentirli da ragazzi, da studenti e studentesse, anche diligenti.
Cosa è successo in questo paese negli ultimi anni? Cosa ha trasformato un popolo povero ma virtuoso in un popolo rotto ad ogni basso compromesso? Cosa ha prodotto questo cambiamento che chiamare antropologico sembra un eufemismo?
Abbiamo assistito, nel silenzio assenso della politica, all’affermazione di una dittatura televisiva (non intendo con questo alludere alla concentrazione di reti televisive nelle mani del premier, ma ad una dittatura della televisione come unico ente educativo o dis/educativo). La dittatura si è imposta approfittando di un vuoto di cultura, di una recessione del pensiero, di un’incapacità delle istituzioni tradizionali a rappresentare il futuro e la progettualità esistenziale. La dittatura della società dei consumi è solo un epifenomeno di un sistema molto più articolato e composito. Consumare equivale a distruggere, a usurare il mondo attraverso i prodotti, ad annichilirlo, quasi in una prospettiva di lento ma inesorabile suicidio collettivo. Ma questo – di per sé già drammatico – non spiega tutto. Il consumo, non moderato da fonti educative, spinge ad un’ingordigia che non ammette repliche e limiti. Tutto, attraverso il possesso della moneta, si può e si deve consumare, in una specie di apoteosi dell’ego assassino. Il possessore di moneta – non importa come ottenuta – assurge al ruolo di un semidio – o vero e proprio dio – e come tale impone il suo volere/potere. Essendo tutto monetizzato, tutto può essere acquistato: giovinezza esteriore, donne, ville, suv, voti, ecc, tutto è disponibile e niente è precluso. Questa logica non è frutto esclusivo di questa epoca: è sempre esistita in quasi tutte le civiltà, il fatto inedito è che sia stata fatta propria dalle cosiddette categorie subalterne e additata come meta da raggiungere, a tutti i costi (la legalità, base di ogni stato moderno, è diventata un peso illiberale!).
Inedito, ma non troppo, è anche il rapporto tra la società onnivora e
Si finisce per constatare che c’è una strana identità tra i sostenitori dei valori cattolici e dei valori dell’ego assassino. Naturalmente tutto questo non suscita indignazione perché la dignità presuppone una considerazione etica del rapportarsi col prossimo e col mondo tutto e l’ego assassino prescinde da ogni etica, da ogni astrazione morale, chiuso com’è nel culto di sé.
Altra istituzione che avrebbe dovuto contrastare questo avvento dell’ego assassino è la scuola. E qui siamo alle dolenti note. La scuola purtroppo non forgia più la società, ne va al rimorchio. La sua scala di valori è considerata inadeguata coi tempi: richiede sforzo, fatica, applicazione, sacrifici per raggiungere risultati che spesso si possono raggiungere percorrendo altre strade, cercando scorciatoie socialmente non più condannate.
“Perché impegnarsi a scuola per raggiungere un diploma o una laurea che mi permette di accedere a un lavoro che mi darà appena da vivere quando posso con un po’ di scaltrezza raggiungere posizioni economiche ben più ragguardevoli? Perché sfinirsi nello studio quando sapersi vendere vale più di quanto si sappia fare?”
Sono domande che echeggiano nelle aule scolastiche, domande che nascono nelle case, nelle strade, nei bar, nei luoghi di ritrovo e che sono figlie di una società senza più etica, senza più senso della responsabilità.
La scuola, tranne rare eccezioni, è incapace di fornire risposte che motivino scelte esistenziali e sociali diverse, e si limita a un gioco delle parti spesso inquietante: lo studente finge di interessarsi a cose che l’insegnante ritiene basilari per la costruzione di un progetto di vita e l’insegnante finge di credere alla lezioncina imparata a memoria. Ma se poi si chiede ai ragazzi cosa mai hanno avuto dalla scuola, la risposta, quando è sincera, è inquietante: “Nulla!”. Come se non bastasse, la scuola è vista, dai cultori dell’ego assassino, come un peso, una istituzione costosa, ingombrante e spesso inutile in quanto non sempre in linea con la de/costruzione in atto. Nella scuola quindi si annidano forme di resistenza – sempre più flebili, a dire il vero – al nuovo progetto post/umano.
Parlare di etica, quindi, espone solo al riso dei più. Eppure senza etica non esiste struttura umana in grado di sopravvivere.
ERMINIA PASSANNANTI
La soffitta
a guardare fuori. Una soffitta
chiusa nella luce.
In modo che un domani,
abbiate o non abbiate voglia
di dire che avete visto qualcosa,
non avrete comunque visto niente:
niente vedo, niente descrivo.
Era una stanza più o meno come questa.
Le mattonelle si somigliavano abbastanza
anche se erano di migliore foggia.
C'era un bel letto e tutto quanto occorre.
Ma le finestre spioventi e il soffitto
a travi alla maniera americana
ancora li contesto.
era la volta del cielo discutibile,
con quelle scure travi degradanti.
vero, potresti immaginartela elegante. Ma per me
non lo era. Non mi piacevano quelle travi scure,
quella volta così bassa che si sentiva sopra il cielo.
Ci dava segni del suo arrivo -
l'arrivo del vento, della pioggia,
si sentiva distintamente....
Ci ho abitato lassù, ma ci stavo male,
me ne volevo andare.
Si diceva che la mia stanza a pianterreno fosse brutta.
Perché si sentiva l'incombenza del cielo,
l'arrivo del vento, della pioggia?
Il mare, addirittura?
Si, il mare che normalmente é in basso
lo sentivi lassù in alto.
Cosa credi ci sia di tanto bello!
La solitudine. L'altezza.
e il mare che si sentiva arrivare
di lontano con un rumore monotono di onde.
Stando ad altezza naturale a livello stradale,
come poteva sentirsi lassù in alto, il mare?
Avvertivo distintamente il ritmo di un respiro
sorgere fino all'ultimo piano. Mi dava fastidio.
Si, che me lo dava....
Stava in alto, più in alto delle nubi,
quel movimento monotono di onde,
quel rumore costante. Ho ascoltato
le gocce di pioggia,
la conversazione del cielo.
Qui a pianterreno non si sente.
Come andò a finire quella storia?
Non mi ricordo. Non ne ho memoria.
Non ricordo più niente.
So soltanto che non mi andava
di vivere in soffitta.
Dal pianterreno all'ultimo piano, ce ne vuole!
quando ascoltavi il ticchettio della pioggia in solaio.
Avevo sistemato le mie bambole in un angolo
dove degradava una trave. Era talmente basso
che quando dovevo andare a prenderle
picchiavo sempre la fronte. Tu ci sei stata, lassù,
sai cosa si prova ad andare dal massimo al minimo,
dal minimo al massimo...
Era tutto diffuso nell'ambiente. Lo sentivi dappertutto
e lo trovavi da nessuna parte. Però c'era.
C'erano angoli remoti e incresciosi.
Si dice sia incresciosa la mia casa a pianterreno.
che confina con il cielo.
Ti ci senti morire, anche se é più bella ed ha
un pavimento più solido di questo, opera
di un piastrellista ben pagato, a un altezza che dio lo sa!
della pioggia che cadeva obliquamente
sopra i vetri. Quando pioveva non mi piaceva starci.
Di notte temevo di precipitare.
Temevo che quelle quattro mura incollate
venissero meno, che le pareti si aprissero
e tutta la struttura andasse a monte.
Se capitombolavi di sotto, e con te
capitombolava l'intera soffitta, certo
finivi dabbasso. Tutte le case danno sensazioni
d'inferno, e ad ogni altitudine. Se accade
qualcosa, accade inesorabilmente.
Qualcosa si deteriora, come é successo a me.
Cercheremo di chiarire anche questo.
I pavimenti d'oggi sono teneri, eccetto quelli in soffitta.
Lassù solo le travi sono tenere. Tenere come fuscelli.
Tenere come sono teneri i pavimenti d'oggi.
il palchetto in cucina.
Mi vibra sotto i piedi. Eventualmente,
potrebbe sprofondare. Una tale disgrazia
può accadere a qualsiasi latitudine a livello del mare.
Che senso ha in alto il cielo
se sotto il pavimento cede?
perché in alto il cielo crea vibrazioni
che lasciano a desiderare. In questa casa
a pianterreno non si ha alcuna
sensazione di turbine. Ma in fondo manca
anche qui qualcosa.
La solitudine. L'altezza.
La mia coscienza si perde
in un mondo dell'aldilà dove ho a che fare
con gli spiriti dell'aria e dell'acqua
pur non essendo in alcun modo religiosa.
mi viene a mancare sotto la struttura. Parlo
della disposizione delle cose senza chiarire niente.
Ad esempio, la mia buona reputazione
mi é stata defalcata da un' ignobile, e non mi va, la storia.
Chi lo decide se sono o meno religiosa?
Se vado in chiesa, mi si dice che lo sono.
che sprofondi sulle mie esigenze, comunicando
a pianterreno molti dubbi. Dubbi vibranti
tra il cielo e la terra. È proprio come muoversi
camminando con i piedi nella merda.
1993
Il 25 aprile! Il 25 aprile! Sciamano in piazza fiori per i liberatori: da una pensilina
penzolerà a giorni la mascella quadra, tra libertà soffiata e sussurrata, nei laceri
lasciti di una guerra… Piango i martiri di Gubbio, piango i fratelli Ceci, piango
il vecchio Biagioni ammazzato come un cane, piango i torturati di Koch sangue
e polvere prima di sputare l’anima o un nome, piango i morti sulle montagne,
i cadaveri di Acerra, di Bellona, di Ferrara, Sant’Agata, di Scalvaia, di Monchio,
Susano e Costringano, delle Fosse Ardeatine, di Montemaggio, di Cumana,
di Lipa, di Monte Sant’Angelo, del Turchino… Urlano la fine dell’occupazione
falci e martelli, drappi a stelle e strisce chiesecampane a festa, escono i ratti
rivestiti di nuovi colori… Mea culpa, siam tutti fratelli… Viva la libertà!
Il 25 aprile! Il 25 aprile! Qualche sparo isolato, qualche tappo che vola in aria,
un carro di fiori, un Cristo che risorge dal sonno, uno sbandieratore, una donna
che bacia un marito non suo, una bottiglia di vino, una barretta di cioccolato
e sigarette tante e tante parole, fiumi di parole, esondazione di parole e suoni…
Fine del fascismo il 25 aprile, fine dell’occupazione il 25 aprile! Vescovi suadenti,
prefetti rassicuranti, liberatori sorridenti, partigiani portati in gloria… Fine del
fascismo, fine del nazismo, fine della guerra: un nuovo mondo nelle mani di tutti,
un nuovo mondo da strappare alle macerie, alla grazia devastata. Piango i corpi
esanimi di Borga, di Fondotoce, di Civitella, di Guardistallo, di Caviglia, di San Polo,
di Tavolicci, si Sant’Anna di Stazzema… Lacrime di sangue per i morti di Marzabotto,
di Portofino, di Saonara, per i senza nome, per i dimenticati, per i quattro lustri
di pena e sangue… Piango per il sogno del 25 aprile svanito il 26, per il passaggio
da un’oppressione all’altra con un rapido cambio di indumenti. Piango il tramonto
del 25 aprile e gli uccelli neri diventati gabbiani… Improvvisata una banda solca
le vie sbandierando Sancta Virgo e Bandiera rossa sulle note ancora agonizzanti
di Giovinezza, sulla sovrimpressione di squadre d’azione e vecchi bastonati,
improvvisato il corteo che la segue ringrazia John, Tom e Truman come salutava
lanciando al cielo tesa la mano l’orbace della milizia, il passo tronfio del podestà
festante e del codazzo infame. Fascismo dopo fascismo e in mezzo il 25 aprile!
Vecchio fascismo - duce a torso nudo imboccar di covoni la trebbia futurista -,
nuovo fascismo – un paese senza uomini, strisciante davanti alle icone-letame.
E in mezzo il 25 aprile, e la grazia strappata del sogno, e i ricordi di giovinezze
maciullate in montagna, di compagni affondati nella neve senza parole, col nome
di battaglia rimasto tra i denti con catenine e foto di fanciulle strappate con un bacio…
e poi il 26 aprile, i prefetti, gli occupanti, la guerra fredda, la ragion di stato,
la realpolitik, il senso del dovere, la maniche da rimboccare, l’attesa del Messia,
la messa nera, le scomuniche, gli sdoganamenti, i servizi deviati, distorti,
gli asserviti, gli ipocriti sotto mille bandiere… e in mezzo il 25 aprile col pensiero
al 26, al 27, alla terra ingrassata dai morti, al sangue disperso in mare, agli schiavi
legalizzati, alle palazzine abusive, ai fiumi cloache, all’amianto da dispensare,
al carbone da estrarre e ardere, alle stragi sempre più stragi, ai dissepolti, alle corone
rituali, alle parole rituali… e in mezzo il 25 aprile, sempre più lontano, sempre
più vuoto, sempre più simile ai volti, ai toni del 28 ottobre, sempre più festa
senza festa, senza più sogni, senza più popolo. E resta il 25 aprile del pianto,
del rimpianto, della nostalgia del futuro di quel 25 aprile che molti non videro.
PREMIO NAZIONALE DI POESIA
“SANDRO PENNA”
Regolamento
1) Il Premio è suddiviso in due sezioni:
A) poesia inedita in lingua italiana;
B) poesia edita in lingua italiana.
2) Per quanto concerne
Tutte le opere non devono risultare vincitrici di precedenti concorsi.
Gli elaborati dovranno pervenire in n. 7 (sette) copie dattiloscritte e fascicolate.
Una sola copia dovrà riportare: nome, cognome, indirizzo, numero telefonico e firma dell’autore.
Per quanto concerne
L’opera deve risultare edita nel biennio 2008/2009 e non deve risultare vincitrice di precedenti concorsi.
L’opera dovrà pervenire in n.7 (sette) copie. Su un foglio a parte, allegato al plico, dovranno essere dattiloscritti:
nome, cognome, indirizzo, numero telefonico, titolo dell’opera inviata e firma dell’autore.
I partecipanti al Premio di Poesia “Sandro Penna” acquisiscono il diritto di socio temporaneo del Centro Culturale “Neruda” per il 2009.
3) Tutte le opere, sia edite che inedite, devono essere inviate entro il 13 Giugno
2009 (farà fede il timbro postale di partenza) a:
Biblioteca Comunale di Città della Pieve
Premio Nazionale di Poesia “Sandro Penna” -
Piazza A. Gramsci - 06062 Città della Pieve (Pg)
Non è richiesta alcuna tassa di partecipazione.
4) La premiazione avverrà Domenica 4 Ottobre 2009 alle ore 17 presso il
Teatro Comunale “Accademia degli Avvaloranti”
di Città della Pieve.
I premiati sono tenuti a presenziare alla cerimonia.
I premi non verranno spediti.
La partecipazione alla cerimonia non prevede rimborso spese.
L’esito del concorso sarà reso noto tramite
“Tuttolibri”, pubblicazione de “
5) Le opere inviate non verranno restituite.
6)
7) Il giudizio della Giuria è inappellabile.
8) La partecipazione al Premio implica l’accettazione del presente regolamento.
La Giuria è composta da:
- Enrico Cerquiglini
- Roberto Deidier
- Davide Nota
- Elio Pecora
- Walter Pedullà
- Bruno Quaranta
La Segreteria del Premio è curata dal CentroCulturale “Pablo Neruda”.
Natura ed entità dei premi:
L’opera inedita vincitrice ha diritto alla pubblicazione.
Per l’opera edita vincitrice è prevista l’assegnazione della somma di €. 2.000,00 (duemila).
Ai poeti segnalati verranno consegnati attestati in pergamena.
Informazioni:
BIBLIOTECA COMUNALE DI CITTÀ’ DELLA
PIEVE tel. 0578/299409 (ore 9-12; 16-18)
premiopoesiapenna@libero.it
5 APRILE 2009
Ore 17,30
presso i locali dell'Associazione DAL CAPITANO
(Solfagnano, via della Pica, 2)
CAMERA FUOCO
a cura di Anna Maria Farabbi
Vicino alle nubi
sulla montagna crollata
antologia poetica
Campanotto Editore
Un’opera poetica scritta da importanti firme della poesia contemporanea italiana, tutte concentrate drammaticamente sulle problematiche ambientali, sociali, culturali del paese. In un tempo di decadenza, di crisi internazionale, nazionale, locale, la poesia canta ferocemente a voce alta l’allarme e la presenza. Saranno presenti il curatore, Enrico Cerquiglini, e alcuni autori: Vittoria Bartolucci, Gabriella Bianchi, Walter Cremonte, Angelo Ferrante e Renato Morelli. A fianco del verso, voci a sorpresa leggeranno gli squarci del mondo: richiamandoci al dovere della coscienza e della bellezza.
19 marzo 2009
Presentazione del libro di Silvana Sonno
presso la libreria OBERDAN
via Oberdan, 52
Perugia
Ore 17 e 30
Interverranno:
Adelaide Coletti (rappresentante della rete antiviolenza)
Elisa Piazzoli (volontaria del Centro Barbara Cicioni)
Silvana Sonno
L’in/differenza del potere.
Ragionamenti d’altro genere.
Graphe.it Edizioni, Perugia 2009
76 pp – euro 10,00
A partire dall’etimologia della parola potere e dai quesiti che tale parola immediatamente pone, il libro sviluppa la tesi del mancato riconoscimento della differenza di genere, come elemento “truccato” nello scenario sociale dove il potere si esercita nelle sue varie forme.
I Ragionamenti si dipanano per associazioni di idee senza seguire un piano linearmente preordinato e si avvalgono, a supporto delle diverse argomentazioni, di materiali differenti: citazioni da libri, poesie, testimonianze di donne, riferimenti alla cronaca politica e sociale,utilizzati senza gerarchia di valore, nell’intenzione di consentire una trattazione il più possibile plurale e polifonica.
Il testo si sviluppa in modo abbastanza rapido, intersecando il processo di riflessione sulle tematiche di genere che il movimento delle donne ha costruito negli anni, riportando ampie testimonianze del dibattito intorno al “pensiero della differenza”, nell’intenzione di offrire - soprattutto alle nuove generazioni - un panorama critico di idee con cui affrontare le insidie del potere, spesso nascosto dietro e dentro proposte di inclusione nell’orizzonte simbolico e materiale della società patriarcale e delle sue Istituzioni.
Silvana Sonno
Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung! Scorre i titoli del giorno
stroncato dai subprime, in gesti da caffè maldegustati in ceneri
di Marlboro (Il fumo ostruisce le arterie e provoca infarti et ictus –
Proteggi i bambini: non fare loro respirare il tuo fumo – Il tuo medico
o il tuo farmacista possono aiutarti a smettere di fumare – Il fumo crea
un’elevata dipendenza, non iniziare. IL FUMO UCCIDE) strizzate
come gole prontamente armate di dialettica e Kalashnikov stacanovisti,
ha reminescenze di mustacchi e una faccia di creta arrostita tra l’arancio
e il rosa di una sconfitta ai rigori. Da un oblò che fa ambiente entra
un cuneo di terra sbiadita con fantasie di un verde impressionista
intrappolato in didascalie preterintenzionali e in delitti da fototessera
strappata a suon di maledizioni e promesse a cinque o più zeri.
Un fiore non colto a suo tempo ha grigio lo stelo e scapigliati i resti
del giorno e vi ronza intorno una nipponica fresatrice – componentistica
coreana, del sud naturalmente – che sputa fumo chimico e quattro
improperi da motore a scoppio, futuristiche rimembranze d’un secolo
sotto elettroshock e innaffiato di napalm e diclorodifeniltricloroetano –
per il volgo gaudente, ddt – Nous voulons chanter l'amour du danger,
l'habitude de l'énergie et de la témérité… e un addetto alla guida dal musico
idioma srilankes tiptappa il terreno e suda nel vento sboccato della gora.
Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung! Dettavano allora le strade –
ma era solo l’epoca del sesso appena assaporato, della giovinezza
che non ammette dubbi, della primavera senza condizioni – poi tornò
il Verbo e l’invisibile mano che tutto eguaglia senza essere livella
decurtisiana ma decurtando vite e libertà in moderni assiomi cosparsi
di novello assenzio e neve bianca e brown e misture anoressizzanti
e psicostimolanti e sanguinanti loquacità da locali da intrattenimenti
postribolari e sulfamidici. Dalle azioni si quota l’uomo e le sue erezioni
e le depressioni e i crolli e l’indice di fertilità. Tiene banco l’immobile
dinamismo delle sovraesposizioni – dal fiore spento, fresato e freddato
da raffiche di idiomi, nella decomposizione organica affonda la radice.